barock music

The (not definitive) baroque mixtape. Tutto (o quasi) da ballare.

bromurodargento al circolo pueblo

venerdì 28 marzo ore 22



Torino e Firenze
Dialogo semiserio tra due città capitali
personale di Beatrice Bruni, fotografa

L’idea di questa mostra è nata sulla pelle di due precedenti esposizioni. Moltissimi visitatori, di fronte ad una foto di Torino recante l’inequivocabile titolo di Romantico Po, si sono distratti e hanno pensato sicuri che si trattasse dell’Arno, e cioè di Firenze. I complimenti per quella bellissima foto dei lungarni fioccavano! Da lì, ha saltellato nella mente di Beatrice Bruni l’idea che forse le due città, pur così diverse, e legate soltanto da un comune destino di fugaci capitali d’Italia, potessero essere messe a confronto.
Ma più che un pretenzioso confronto, che richiederebbe completezza e tempi maggiori di studio, si limita a suggerire un dialogo tra le due. Beatrice Bruni presenta questa selezione di fotografie con particolare trasporto: Firenze l’ha ha vista nascere, Torino le ha preso il cuore.

Beatrice Bruni, nasce a Firenze nell’agosto del 1972, di giovedì. Vive in Toscana dividendo un appartamento ed una terrazza ventosa con due gatti e un barbuto ingegnere. Ha cominciato a fotografare da bambina con una Polaroid. Con l’avvento del digitale si è riavvicinata alla fotografia. Fotografa per non dover parlare. Crede che un’immagine, a volte, sia più efficace di parole incapaci. O almeno è quello che le pare di sentire dentro. Forse un giorno farà la fotografa. O forse la sta già facendo.

Inaugurazione
venerdì 28 dalle 22
ricco buffet toscano e bella musica!

Visita la gallery www.bromurodargento.com

In mostra al Pueblo dal 28 marzo al 10 aprile 2008
Circolo ARCI PUEBLO – Corso Palestro 3 Torino

le geek c’est chic

sto troppo postando dal barcamp via cellulare wifi. ma chi sono.

non l’avrei giammai creduto

niniade

un bel giorno della tua vita ti pigli un gatto. è giovane ma decisamente non un cucciolo, è malato praticamente moribondo, ha passato il primo anno e mezzo della propria vita non si sa dove e non si sa come; quel che è certo è che si mostra terrorizzato quando allunghi la mano per accarezzarlo, quando afferri la scopa per spazzare, quando i tuoi piedi si muovono troppo velocemente nei dintorni del metro cubo in cui si trova lui. non deve essere stata una gran vita, insomma. è di animo gentile, ti fa educatamente le fusa se gli parli, ma non ha per te neanche il minimo sindacale felino di fiducia, e ha occhi tristi e un po’ vuoti di orfanello. di notte si accuccia da qualche parte, sul letto non ci sale nemmeno. tu lo curi con devozione, lo nutri e sostanzialmente lo lasci stare, finché un giorno il tuo gatto rompe gli indugi, salta sul letto mentre leggi un libro prima di dormire, ti sale addosso e ti strofina il naso sulla faccia, con un’espressione entusiasta negli occhi che non pensavi gli avresti visto mai. è scoppiato l’amore. un gatto non è un figlio, non è neanche una persona pur essendo in mille modi migliore di tante persone, ma in qualche modo per lui tu diventi una grossa mamma, o almeno quella Grossa Cosa che Procura il Cibo, Somministra le Coccole e Spala la Merda. e ha fiducia in te, il massimo sindacale felino e anche qualcosa di più. e tu lo adori che manco gli egizi.
poi un giorno, molti anni dopo, senza che te ne rendessi conto, quel tuo figlio gatto è diventato tuo nonno. è un vecchino sdentato che deve mangiar le pappette, i reni funzionano male e deve prendere le medicine, poi deve fare le flebo e le analisi e mille supplizi, e certo tuo nonno non era così riottoso. lo torturi e ti torturi, e ogni volta lui ti perdona. subito. ogni singola volta in cui lo blocchi, lo ingabbi, gli infili un pasticcone in gola, lo trascini da un veterinario che lo infilza di aghi, lui niente: si spaventa da morire, si incazza abbestia, e un secondo dopo è già fra le tue braccia che fa le fusa. e tu lo adori che manco gli egizi.

emergenza rifiuti

al terzo piano di casa pleonastica, i nuovi vicini arredano il pianerottolo.


la vista di silvania uscendo di casa

la vista di pleonastica salendo da silvania.

tirare le somme

il mio fido Anobii mi comunica che nel 2007 ho letto 56 libri, per un ammontare di 15687 pagine. si vede che non ho proprio un cazzo da fare, eh? ecco i libri che ho amato di più nel 2007, ovvero quelli a quattro stelle, in ordine sparso:
Immagine di Mattatoio N. 5 Immagine di La scatola nera Immagine di Una storia di amore e di tenebra Immagine di Storie di animali e altri viventi Immagine di Mr Vertigo Immagine di L'asimmetria e la vita
poi le ennesime riletture dei beneamatissimi
Immagine di Il pendolo di Foucault Immagine di Se non ora, quando? Immagine di Se questo è un uomo - ­La tregua Immagine di La donna della domenica
e infine (lo metto per ultimo perché manca la copertina e mi rovina la simmetria) l’imprescindibile Ciak ci girano!.

finestre sul mondo

ultimamente mi sono intrippata con le webcam: ci passo le ore. va be’, i minuti: le ore non le ho. ad esempio poco fa mi piaceva sapere che mentre a torino tutto è grigio e spruzzato da una fioca nevicata (mirabile giuoco di parole bilingue ad uso locale),

a castelsardo c’è quel che sembrerebbe una mareggiata,

a venezia c’è un raggio di sole sul canal grande,

l’habana pullula di gente in maglietta,

a stoccolma c’è il nordico crepuscolo

mentre helsinki è già ridotta così,

a new york è una mattina freddissima ma tersa,

e in definitiva io vorrei essere ad akumal.

pleonasmo

nella ridda di opinioni varie ed eventuali sul caso Luttazzi, alla fine quello che meglio esprime il mio pensiero in merito è Luttazzi stesso:

Al Direttore di Repubblica:

è disarmante vedere firme celebri annaspare di fronte alla satira e alla sua natura. Quello della volgarità, da sempre, è il pretesto principe di chi vuole tappare la bocca alla satira. Che sia chiaro una volta per tutte ( i furbastri più o meno interessati mi hanno un po’ stufato ): la volgarità è la TECNICA della satira. Con questa tecnica, la satira esprime idee e opinioni. Censurare la satira ( in nome del cattivo gusto o di altri princìpi volatili e capziosi ) è censurare le opinioni. E’ fascismo. Chi si attarda in disquisizioni sul buon gusto è un censore. Punto. L’unico limite lo stabilisce la legge: diffamazione, calunnia. La satira è arte: o è totalmente LIBERA, o non è satira. Se io parlo del sostegno immondo di Ferrara alla guerra criminale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq, e voi vi scandalizzate dei toni satirici invece che di Abu Grahib o del napalm a Falluja, la vostra scala di valori è corrotta. Era questo il significato di quel monologo. Come volevasi dimostrare.

Daniele Luttazzi

a day in the life

accidenti. solo ventisette anni e per un pelo non mi dimenticavo di
John Lennon.

gatticidio

appoggiare un attimo un libro sul divano…

…e ritrovarlo così.

alia musicalia

che titolo del cazzo.
nel giro di pochi giorni ecco alcune scoperte musicali del web: dopo il noto (ma mai entrato prima nel mio campo visivo) Last.fm, un servizio simile ma meglio, ovvero Jango, sul quale potete ascoltare i tre gloriosi canali di radio Kristalla:

1 – Pop-Rock datato e vetusto, per il quale modestamente ricevo ringraziamenti fin dalle americhe
2 – Classica: come in tutti questi servizi si riesce, per la classica, a creare un canale appena generico e di qualità mediocre; ma se non altro non ci sono i file midi spacciati come concerti per pianoforte, fatto agghiacciante che invece accade su Last.fm
3 – Jazz songs o giù di lì (ma anche bossanova e musica brasiliana in genere)

altro servizio interessante, segnalatomi da AmicaB, è Ezmo. su Ezmo si può (anzi, si deve) uploadare la propria libreria musicale, che si può poi condividere non già con tutto il mondo, ma con 10 persone da invitare a propria scelta. naturalmente la musica altrui si può ascoltare ma non scaricare, cosa che rende il tutto perfettamente legale. l’aspetto che mi sembra interessante è che in questo modo si verrà a creare un impressionante database di contenuti musicali di tutti i tipi; sempre che questi contenuti non finiscano poi, simpaticamente, per venderseli.

ed infine, trovato sul blog di nonsopiùchi (non ti posso linkare ma sappi che lo farei, chiunquetusia), Songza, che a questo punto forse è il fratello di Ezmo, dato che permette semplicemente di ascoltare (non, ovviamente, di scaricare) qualsiasi canzone si digiti nel suo motore di ricerca. dico qualsiasi perché si trova praticamente tutto: per metterlo alla prova ho cercato frate cionfoli, e c’era. purtroppo.

varie letterarie

gli autori dell’anno, cioè quelli che io ho scoperto quest’anno, perché il resto del mondo mica aspettava me: Paul Auster ed Amos Oz, dei quali sto leggendo, in contemporanea, due libri bellissimi.

a cura di quel genio della bandini, domani sera al Pueblo grande incontro degli anobiini torinesi, con tanto di pesca del libro alla cieca. troppo intellettuale, troppo duepuntozzero, troppo il mio circolo preferito: non mi sogno neanche di mancare.

stavamo lavorando per voi

correggetemi se sbaglio: siccome che sono mitico/magggica, grazie alla sola imposizione delle mano ora Pleonastica si visualizza senza tante menate. del resto, se non è vero non leggerete questo post, non lascerete un commento e quindi io non lo saprò mai.

il crepuscolo della civiltà/ numero ennemila

il tg più laico d’italia ha dedicato un quarto d’ora (!) di retorica strappamutande alla scomparsa del grande tenore silvano paperotti, descritto con grande spreco di larghi sospiri e vacue iperboli lamentose. non oso neanche immaginare cosa faranno le altre testate. sottolineo però che ciò avviene in un paese in cui, seppellita la celebre salma, si tornerà con la stessa sistematica pervicacia ad ignorare e/o disprezzare le sorti, magnifiche un tempo e progressive, della musica classica e dei musicisti.

batracogenetliaco

piezz’e’nnerd

il tumblr di pleonastica: troppo duepuntozzero. perché io valgo.

la cura del pianto

in questi ultimi scampoli di ferie mi si può trovare a casa, intenta a sottopormi alla cura del pianto. la cura del pianto consiste nel guardare in tv una competizione di atletica leggera a scelta, purché di levatura internazionale (ovviamente il meglio su piazza sono le olimpiadi, ma anche l’attuale campionato mondiale di Osaka serve benissimo allo scopo) e sciorinare un repertorio infinito di improvvise lacrime, singulti e mocci. tutto lì: guardo e piango. devo aver preso da mio padre che, pur detenendo il record mondiale di culo su sedia (da me in seguito polverizzato), soleva contemplare gare sportive di ogni risma e commuoversi ad aquila selvaggia (poteva spremere la lacrimuccia pure guardando la formula uno, per dire). sin da piccola ho mostrato di aver ereditato i suoi talenti (cioè il culo su sedia, ma anche su poltrona, e il dotto lacrimale agonistico); un tempo però ero meno tenera, e mi si increspava il mento solo durante le premiazioni, a patto che l’atleta vincitore si commuovesse a sua volta. particolarmente toccante ed efficace risultava, in quei frangenti, l’inno della germania est. adesso che son vecchia e psicolabile riempio catini di lacrime. atleta che esulta per una vittoria: piango. atleta che si dispera per una sconfitta: piango. il giro di pista del vincitore imbandierato: mi devasta. lo sconfitto che abbraccia con affetto il vincitore: addirittura mi distrugge. le atlete dell’eptathlon che hanno fatto il giro pista finale tutte insieme tenendosi per mano, come se tutte avessero vinto, mi hanno quasi mandata all’ospedale.

(lo so, in realtà sono tutti scimmioni drogati e ipermuscolari che per un gradino di podio si ammazzerebbero a vicenda, ma durante la cura del pianto il cinismo è sospeso).

Il crepuscolo della civiltà: La donna nuda/3

questo post poteva intitolarsi anche:
  • Il crepuscolo della civiltà: Servizio di pubblica utilità, oppure
  • Il crepuscolo della civiltà: Femministe con la figasecca, che nostalgia

Il primo titolo è perché ho tradotto il lungo articolo di Adrian Michaels sul Financial Times, quello sull’italia maschilista, arretrata e sciovinista. in fretta e alla buona, sperando di non aver travisato troppo. lo metto qui in calce al post per chi l’inglese non lo sa o ci si affatica, senza tanti commenti, perché si commenta da solo; e lo so, lo hanno già commentato tutti, ma io lo volevo prima leggere. un po’ mi consola e un po’ mi dispera aver trovato risposta ad una domanda che mi ponevo da tempo: ma è il mondo che è così dimmerda o solo l’italia? è solo l’italia, dice. ah, beh. però bella sfiga.

Il secondo titolo è perchè io mi ricordo. mi ricordo benissimo, e giuro che non ho centocinquant’anni, di quando alle parole “consumismo” e “mercificazione del corpo femminile” corrispondevano “peccati” socialmente gravissimi, robe di cui era brutto sentirsi accusare, robe che facevano discutere. mi ricordo la campagna dei jeans jesus, che da un lato insorse la chiesa perché un jeans non si può chiamare come gesù, e dall’altro insorsero le femministe perché se vendi un jeans allora che ci sta a fare un culo nudo, ovviamente di donna?

poi le femministe passarono di moda. i detrattori (tutti maschi, I guess, più qualche wannabe-santanché) ne dipinsero un’immagine di donne pelose, trascurate, insoddisfatte, anorgasmiche, col capello spiovente e il gonnellone sgraziato e in odore di lesbianesimo (ma non quello patinato che titilla la papilla: quello antimaschio, camionista, figasecca). nessuna donna vuole appiccicarsi quell’etichetta lì: si sa, noi siamo cresciute nel bel paese dell’arte, abbiamo il senso estetico sviluppato, storciamo il naso se il pantalone è dell’anno scorso, ci indigniamo se la mutanda è bianca e il reggiseno nero. si fottano i diritti, si fottano i princìpi, la donna italiana è bella perché è bella l’italia. e abbiamo dato retta ai prìncipi. quelli lì color cacca.

per finire, iniziamo a far soffiare il vento di cambiamento.

  1. che bisogno c’è di mettersi i tacchi a spillo quando visiti un cantiere? sì, dico a te, architetta col bel culo autodichiarato che hai scritto a repubblica (una dritta: quando ti chiedono il curriculum basta dire che hai due lauree, tutto il resto è noia, e anche azzeccare un congiuntivo di quando in quando gioverebbe all’immagine).
  2. che bisogno c’è di mettersi i tacchi a spillo quando fai le prove di scena e ti si piantano fra un asse e l’altro del palcoscenico, o nella guttaperca delle colline finte, e per disincastrarti ci vuole la protezione civile? sì, dico a te, collega a scelta.
  3. che bisogno c’è di mettere le minne di fuori quando devi fare un’audizione per un ruolo cantato? perché non provare con un jeans, un sandalo basso, una camicia ampia accollata e opaca? magari si vince. e se si vince la soddisfazione è doppia. provare per credere.


Ambizione nuda

di Adrian Michaels
pubblicato: 13 luglio 2007

I passeggeri in arrivo all’aeroporto di Fiumicino a Roma si sono recentemente trovati di fronte una donna dal petto prosperoso, con l’incavo tra i seni esposto fin quasi allo sterno. Dal suo cartellone pubblicitario cercava di attirare l’interesse dei viaggiatori sui prodotti di comunicazione business di Telecom Italia.

Coloro che atterravano da molti altri paesi, e in particolare dalla Gran Bretagna o dagli USA, probabilmente avrebbero trovato arcaico questo stile pubblicitario basato sull’esposizione della carne. Di questi tempi, una donna nuda sdraiata senza ironia sopra una macchina è considerata attuale, in pubblicità, quanto un ruvido cowboy nel pascolo con la sigaretta penzolante dalle labbra. Le bellezze dalle lunghe gambe degli spettacoli di varietà o le vallette di quiz impeccabilmente svestite sono rare, se non completamente assenti dalla televisione. Ma in Italia sono evento di tutti i giorni.

(altro…)

la valigia sul leto è quela di un lungo viagio

e giovedì si va.



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